mercoledì 20 gennaio 2010

Dall'altro lato della cattedra

Non è che ufficialmente io sia proprio prof. Ma vendiamola così, e lasciam perdere i dettagli. La prima volta che sono entrato in classe per fare lezione, avevo una paura folle. Inutile dire che sapevo l'esercizio a memoria. Cercavo di assumere un'aria seria e sicura, di uno che sa ciò che sta facendo, e prendevo il mio tempo contando cose a caso tipo gli alunni, il numero di banchi, il numero di copie stampate, i gessi della lavagna. E poi, finalmente, pluff: si parte. E lo stress passa tanto più ti rendi conto che, in fondo in fondo, manco ti stanno ad ascoltare.
E' strano passare dall'altro lato della cattedra. Ti senti importante, certo. All'improvviso dimentichi tutte quelle ore che hai passato a scrivere, annotare, a chiederti cosa diavolo stesse dicendo il prof, a fare il contdown, a desiderare solo la fine, a non ascoltare, a stufarti perché non ascoltare è persino più noioso che ascoltare. Tutto dimenticato, perché ora stai dall'altro lato, e sei tu che li inciti a seguire, che invochi il silenzio, che richiami qualcuno, che ti dici che il tempo non è abbastanza.
Finché oggi, signori studenti: esame. Oggi dirigo io, siamo al gioco finale. E tu ti siedi qui, e tu lì, e avete due ore. E anche questo è strano. Non sei più tu lì seduto, concentrato, ora guardi gli allunni e ti annoi, pensi che devi controllarli ma in fondo, è così importante? Che parlottino pure, se vogliono. Poi, però, il primo che lo fa davvero è fulminato dallo sguardo: non penserai di farmela davvero, con il trucchetto dell'alzo la testa per cercare l'ispirazione? del mi sposto a lato solo per stirarmi un pochino? Io me li ricordo, questi trucchi. Come se fosse ieri: era ieri. E anche se oggi non ho sgridato nessuno, per due ore ho fissato - annoiato, assonnato - gli studenti senza perderli di vista. Si nasce incendiari e si muore pompieri. O si passa dall'altro lato della cattedra.

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