Il pide è uno sfilatino caldo ripieno di patate o formaggio, che non mi par vero possa costare così poco, mentre un baklava è una pastasfoglia dolcissima ripiena di miele e pistacchio, che si incolla alle mani, si scioglie in bocca e ti lascia estremamente felice. Davanti a Santa Sofia, fanno alcuni tra i migliori kofte della città, polpette di carne speziata. Alcune parole mi sfuggono, me le faccio ripetere, mi sforzo. A volte confondo una via del centro con un pane al sesamo. Del resto, sono i luoghi e il cibo che mi colpiscono di più. E se Uskudar è difficile tanto da ricordare quanto da pronunciare, e fa inceppare la mia lingua, Uskudar è l'approdo sull'altra riva del Bosforo, è la meta del piccolo battello che tra un sobbalzo e una nuvola di gasolio, ci traghetta sopra questa strisica di mare grigio, ondulato, fino a un lembo di molo che non è più Europa, perché Uskudar è il capolinea dell'Asia. O l'inzio dell'oriente.
Istanbul, ancor più che Santa Sofia, Topkapi o la Moschea blu, Istanbul sono i gatti ad ogni angolo di strada, sono i cani randagi padroni di un loro terrirorio. Istanbul sono negozi aperti ad ogni ora, e Suzie che mi racconta di aver fatto la spesa tornando dalla discoteca. Istanbul è una valanga di gente sempre riversata nelle strade. Istanbul è un autobus ogni minuto, tanto che io stento a crederci, ed è anche un taxi, un esercito di taxi gialli, e pure un taxi collettivo, su cui si sale in tanti, troppi, che senza sapere come mi porta esattamente dove voglio, ad un prezzo ridicolo, seduti in coppia su un solo sedile, davanti. O ancora, i pescatori che giorno e notte si sporgono dal ponte di Galata. Istanbul sono dei locali agli ultimi piani degli edifici del centro, dove ti affacci e vedi la città, mentre il dj trasmette una versione spagnola di should I stay or should I go, e tu ti chiedi perché. Suzie cerca un cappotto col collo di pelo mentre io compro un etto di zafferano per poche monete; ovviamente, non sa di niente.
Nell'euforia della città, il mio non avere impegni mi fa camminare tranquillo sullo riva del Bosforo. Sto tornando a casa da solo, ma nella folla degli autobus non so quale scegliere, e preferisco andare a piedi: non è più di un quarto d'ora. Di fianco a me, c'è il palazzo degli ultimi sultani dell'impero, adagiato sulla riva, bianchissimo. Ma di questo palazzo, il nome non mi è mai rimasto in testa per tutta la vacanza.
Istanbul, ancor più che Santa Sofia, Topkapi o la Moschea blu, Istanbul sono i gatti ad ogni angolo di strada, sono i cani randagi padroni di un loro terrirorio. Istanbul sono negozi aperti ad ogni ora, e Suzie che mi racconta di aver fatto la spesa tornando dalla discoteca. Istanbul è una valanga di gente sempre riversata nelle strade. Istanbul è un autobus ogni minuto, tanto che io stento a crederci, ed è anche un taxi, un esercito di taxi gialli, e pure un taxi collettivo, su cui si sale in tanti, troppi, che senza sapere come mi porta esattamente dove voglio, ad un prezzo ridicolo, seduti in coppia su un solo sedile, davanti. O ancora, i pescatori che giorno e notte si sporgono dal ponte di Galata. Istanbul sono dei locali agli ultimi piani degli edifici del centro, dove ti affacci e vedi la città, mentre il dj trasmette una versione spagnola di should I stay or should I go, e tu ti chiedi perché. Suzie cerca un cappotto col collo di pelo mentre io compro un etto di zafferano per poche monete; ovviamente, non sa di niente.
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