sabato 6 marzo 2010

Personaggi d'estate

Visto che in queste settimane non succede nulla di incredibile, e visto che la primavera non vuole saperne di far capolino e mi fa rimpiangere i dì dell'estate che fu, mi tornano alla mente due personaggi, due comparse del viaggio nel sud ovest francese. Personaggi semplici e genuini, specchio del luogo in cui viaggiavamo, quasi irreali, tanto che per un attimo viene voglia di afferrare un oggetto fino a farsi male, per chiedersi ma sarò davvero qui?
Il primo, è il venditore di couscous alle porte della Camargue. E' domenica, e lasciata Marsiglia sembra che la vita sia scomparsa. Ci sono le case, certo, le strade e tutto il resto, ma non ci sono le persone. Attraversiamo paesi fantasma, con il sole allo zenith, come nel vecchio west. E trovare anche solo un bar dove mangiare, appare impossibile. Ci fermiamo in un paese sulle sponde di un lago che non credevo esistesse (siamo a due passi dal mare), e forse non esiste davvero. C'è pure un porticciolo, ma tutto è fantasma. Finalmente, tra le vie di negozi chiusi, un cartello: domenica couscous, sette euro. Evviva. Ma il ristorante sembra non esserci. Eppure, basta guardare bene: il ristorante è una vetrina, e dietro una cucina dei primi del secolo, un lavello, qualche tavolo, due seggiole, pentoloni sui fornelli. Il vecchio proprietario, un uomo alto e magrissimo, dai lineamenti maghrebini, ci accoglie affettuosamente. Ovviamente siamo gli unici clienti. Couscous? Couscous. Mette a riscaldare la pentola, e in un attimo ci serve cibo in abbondanza, ricco di carne e verdura. Quasi esplodo. Ma lui vorrebbe che mangiassimo ancora, e pensa che rifiutiamo per cortesia. Sara gli chiede di poterlo fotografare, e lui posa orgoglioso davanti alle pentole. Se non fosse per quello scatto, penserei che non è mai esistito nemmeno lui.
Sulla strada del ritorno, Sara mi convince che vuol comprare dal foie gras da un venditore sulla strada: siamo vicini a Tolosa, questa è la regione del foie gras. Abbandono la strada e seguo i cartelli, arrivando alla cascina. Il proprietario ci fa strada, festoso. E' l'opposto del maghrebino: basso, tracagnotto, rubicondo. Si vede che mangiare anatre riempie. Lui e la moglie, una donna portoghese finita non si sa come in questo lembo di campagna, ci raccontano vita morte e miracoli dell'anatra, della sua anatomia, dei suoi sapori. Per loro, Sara è ma femme. Ovviamente comperiamo tutti e due qualche scatoletta. E siccome da queste parti non passano molti acquirenti, a lui non par vero di poterci raccontare la sua storia. E allora scopriamo che è un ex soldato dell'ONU, rimasto ferito non ricordo dove, e ad un certo punto della sua vita s'è detto che non valeva la pena di rischiare la vita, e che allevare anatre in guascogna era probabilmente più tranquillo. Come dargli torto. Non ci lascia più, ma è divertente ascoltare i suoi racconti, le sue riflessioni sul mondo e sui giovani. Fino a quando la moglie non si affaccia, e lo sgrida perché non ci fa più partire.

giovedì 18 febbraio 2010

Francia, Polonia, Italia

Avere il water che non funziona è una seccatura, alla quale si può rimediare col vecchio metodo del secchio. Avere il water elettrico (qui tutto è elettrico, anche i biscotti) che non funziona, è una enorme seccatura, alla quale non v'è rimedio alcuno. Ce ne sarebbe uno, se solo la mia chiave del bagnetto sul pianerottolo funzionasse, ma così non è.
Però, questo inconveniente m'ha permesso di conoscere i proprietari di casa mia. Adorabili. Sulla settantina, immaginateveli, lui è paffuto, col baffo bianco, francese; anche lei grassottella, sorridente, parla con un fortissimo accento polacco, più che accento direi che per ogni parola francese ce ne sono un paio sconosciute, e si scusa di non togliersi il cappello ma è mal pettinata. Si presentano entrambi a casa, stamattina, e d'acchito mi chiedo come contino di riparare il water. E già mi sbaglio, perché lui sa benissimo dove mettere le mani. Intanto, lei apre la porta del bagno sul pianerottolo e con mio grande stupore, dietro non c'è un bagno ma solo mensole. Ma dov'è il water, chiedo, e lei ride, mi dice ma non è mica qui! Mi mostra un'altra porta. Ah. Ma allora vuoi vedere che la chiave che ho... ovviamente sì, funziona, bastava sapere qual era la porta, e avrei evitato di diventare cliente fisso dei bar del quartiere...
Intanto lui ripara lei pulisce, e io mi sento inutile. E mentre uno fa una cosa, io chiacchiero con l'altro, lei mi racconta che il marito è malato di cuore ma che tutto va meglio da che prende il potassio, e lui mi parla dei suoi figli, del fatto che ora è nonno. E poi mi dice che parlo bene in francese, non come sua moglie che è qui da quarant'anni e non l'ha ancora imparato, e la prende in giro, mi racconta di quando sono stati a Roma e lei non si schiodava più da San Pietro perché voleva vedere il papa, che ci vuol fare è polacca. Lei risponde dicendo che è una donna di campagna, mica una parigina come lui; e mi racconta di quando vivevano tutti e due nell'appartamento e di fronte - erano gli anni settanta - la stamperia era ancora aperta, un rumore continuo di macchinari, giorno e notte, ed era pieno di bar frequentati dagli operai del giornale, e si trovava lavoro con facilità, anche io che non parlavo francese guardavo gli annunci e ne avevo già trovato uno, non come ora. Finita la riparazione, finita la visita, ormai capisco tutto quello che lei mi dice.

lunedì 8 febbraio 2010

La caccia all'università

Una storia di quasi tre anni fa, che mi è saltata alla mente ieri notte, senza motivo, in uno di quei momenti in cui speri che il continuo rigirarti tra le coperte possa ipnotizzarti e farti così cadere tra le braccia di Morfeo.
Dicevo. Era giugno 2007. Cercavo di iscrivermi in un'università francese. Ho già la mia prima scelta, ma per scrupolo mando il curriculum pure ad una seconda università, perché non si sa mai. Due giorni dopo, la segretaria mi chiama: non perdono tempo, questi. Il dialogo suona pressapoco così: "Abbiamo letto il suo curriculum, ci interessa, vorremmo conoscerla e che lei potesse discutere con il responsabile della formazione, venerdi le va bene? a che ora preferisce?" "Possiamo fare verso le dieci?" "Le dieci?! No, troppo tardi, verso le nove?" "possiamo fare nove e mezza" "non credo" "allora alle nove" (e perché diavolo mi chiedi a che ora preferisco, allora?)
Venerdi, alle nove meno dieci scendo dal treno. Treno: perché la seconda scelta sta in tanta malora, mica si diventa seconda scelta senza un motivo. Trovo l'ingresso dell'università, e penso: no, c'è un errore. In effetti mi sembra di essere in una scuola media di periferia, o al massimo in un oratorio costruito negli anni settanta. Uno spiazzo di cemento, dove qualcuno gioca a calcio, e due edifici a due piani di cemento. Punto. Alla faccia del design. Cerco senza successo la segretria, non c'è nessun cartello. Un'anima pia mi ascolta e mi spiega dove andare: in effetti, dietro il primo edificio c'è una sorta di giardino, un po' in salita, che termina con una casupola in mattoni, stile campagna: la segretria. Sono molto perplesso. Entro, mi dicono di aspettare un attimo. Sono nell'ingresso della casupola, sembra il circolo delle bocce di abbiategrasso. Un tavolo rotondo, delle coppe di misera fattura esposte su scaffali cadenti, una seggiola nel camino (sì, c'è un camino). Al dio degli scherzi piace fare marachelle, ma sa anche darti anche una mano, e io quel giorno lì ho senza alcuna ragione in tasca la macchina fotografica, e allora ecco a voi l'ingresso della segreteria dell'università.
Seguì il colloquio col resposabile, che con molta obiettività mi suggerì di tralasciare la mia prima scelta, e di stare lì da loro, perché lui insegnava in entrambe le università e poteva assicurarmi che questa era ben migliore di quella. Manco fossi uno di quegli sportivi che si portano dietro uno sponsor che paga. Mah.
A volte mi chiedo come sarebbe la mia vita se avessi dovuto farmi tutti i giorni un'ora di treno per andare al circolo delle bocce...

martedì 2 febbraio 2010

L'arte di commentare

Se questo fosse un mondo giusto, ecco i commenti che mi aspetterei dai destinatari della mia missiva:

Giacomo: quando è che la smetti con queste cazzate e ti trovi un donna? (sic!)

Sara: Riviiiii ma è bello feeeeeees!

Claudia: certo! (chiaro, pratico, sintetico)

Giona: codio...

Alberto: Che perla! Andiamo all'Escale?

Luca: minchia povero rivi! appena ho finito di smontare il motore della vespa, lo leggo.

Cavazza: Rivetti non pensavo che lei avesse anche questo talento nascosto! (e qui io, sull'ennesimo doppio senso della Fra, arrossisco)

Davide: NonPerderòUnAttimoKeSonoGiàLiLeggoKeStoria (perché lui ha fatto comunicazione, e sa)

lunedì 1 febbraio 2010

Istanbul

Più di una mezzaluna, o di un mosaico, più di uno scorcio di moschea, Istanbul è per me un insieme di parole difficili e affascinanti, che mi sforzo di tenere a mente. Tamam vuol dire ok, e questo lo imparo subito; non che mi serva molto altro, in realtà, ma il cercare di memorizzare, di ripetere, è il modo più naturale che trovo per immedesimarmi nella città. E allora, Kabatas è il capolinea del tram da prendere per arrivare a casa, Taksim è la grande piazza fulcro della vita notturna del quartiere più moderno, e Besiktas il quartiere dove vive Suzie e la parola magica da pronunciare se mi perdo; ma questa è facile - sorrido tra me - è come la squadra di calcio.
Il pide è uno sfilatino caldo ripieno di patate o formaggio, che non mi par vero possa costare così poco, mentre un baklava è una pastasfoglia dolcissima ripiena di miele e pistacchio, che si incolla alle mani, si scioglie in bocca e ti lascia estremamente felice. Davanti a Santa Sofia, fanno alcuni tra i migliori kofte della città, polpette di carne speziata. Alcune parole mi sfuggono, me le faccio ripetere, mi sforzo. A volte confondo una via del centro con un pane al sesamo. Del resto, sono i luoghi e il cibo che mi colpiscono di più. E se Uskudar è difficile tanto da ricordare quanto da pronunciare, e fa inceppare la mia lingua, Uskudar è l'approdo sull'altra riva del Bosforo, è la meta del piccolo battello che tra un sobbalzo e una nuvola di gasolio, ci traghetta sopra questa strisica di mare grigio, ondulato, fino a un lembo di molo che non è più Europa, perché Uskudar è il capolinea dell'Asia. O l'inzio dell'oriente.
Istanbul, ancor più che Santa Sofia, Topkapi o la Moschea blu, Istanbul sono i gatti ad ogni angolo di strada, sono i cani randagi padroni di un loro terrirorio. Istanbul sono negozi aperti ad ogni ora, e Suzie che mi racconta di aver fatto la spesa tornando dalla discoteca. Istanbul è una valanga di gente sempre riversata nelle strade. Istanbul è un autobus ogni minuto, tanto che io stento a crederci, ed è anche un taxi, un esercito di taxi gialli, e pure un taxi collettivo, su cui si sale in tanti, troppi, che senza sapere come mi porta esattamente dove voglio, ad un prezzo ridicolo, seduti in coppia su un solo sedile, davanti. O ancora, i pescatori che giorno e notte si sporgono dal ponte di Galata. Istanbul sono dei locali agli ultimi piani degli edifici del centro, dove ti affacci e vedi la città, mentre il dj trasmette una versione spagnola di should I stay or should I go, e tu ti chiedi perché. Suzie cerca un cappotto col collo di pelo mentre io compro un etto di zafferano per poche monete; ovviamente, non sa di niente.
Nell'euforia della città, il mio non avere impegni mi fa camminare tranquillo sullo riva del Bosforo. Sto tornando a casa da solo, ma nella folla degli autobus non so quale scegliere, e preferisco andare a piedi: non è più di un quarto d'ora. Di fianco a me, c'è il palazzo degli ultimi sultani dell'impero, adagiato sulla riva, bianchissimo. Ma di questo palazzo, il nome non mi è mai rimasto in testa per tutta la vacanza.

mercoledì 27 gennaio 2010

Letargo

come del resto alla fine di un viaggio, c'è sempre un viaggio da ricominciare...
Penso di essermi un po' impantanato. Voglio dire, sto bene dove sto; però. Certo, non posso essere sempre in movimento, in questo inverno gelido si può anche concretizzare un po' di letargo e dirsi che, tutto sommato, non si ha voglia di partire, si sta dove si sta, e così sia; però. C'è un però che non torna, ed è per questo che mi sento impantanato. Perché sarò anche qui, fisso qui, ma quello che non mi torna è la mia mente che non ha più voglia di viaggiare, si è rannicchiata nel cranio e non sente più il bisogno di fuggire. Sembra non ci siano più viaggi da ricominciare, come se tutti gli orizzonti fossero qui, nulla più in là. La mia curiosità è in letargo.

mercoledì 20 gennaio 2010

Dall'altro lato della cattedra

Non è che ufficialmente io sia proprio prof. Ma vendiamola così, e lasciam perdere i dettagli. La prima volta che sono entrato in classe per fare lezione, avevo una paura folle. Inutile dire che sapevo l'esercizio a memoria. Cercavo di assumere un'aria seria e sicura, di uno che sa ciò che sta facendo, e prendevo il mio tempo contando cose a caso tipo gli alunni, il numero di banchi, il numero di copie stampate, i gessi della lavagna. E poi, finalmente, pluff: si parte. E lo stress passa tanto più ti rendi conto che, in fondo in fondo, manco ti stanno ad ascoltare.
E' strano passare dall'altro lato della cattedra. Ti senti importante, certo. All'improvviso dimentichi tutte quelle ore che hai passato a scrivere, annotare, a chiederti cosa diavolo stesse dicendo il prof, a fare il contdown, a desiderare solo la fine, a non ascoltare, a stufarti perché non ascoltare è persino più noioso che ascoltare. Tutto dimenticato, perché ora stai dall'altro lato, e sei tu che li inciti a seguire, che invochi il silenzio, che richiami qualcuno, che ti dici che il tempo non è abbastanza.
Finché oggi, signori studenti: esame. Oggi dirigo io, siamo al gioco finale. E tu ti siedi qui, e tu lì, e avete due ore. E anche questo è strano. Non sei più tu lì seduto, concentrato, ora guardi gli allunni e ti annoi, pensi che devi controllarli ma in fondo, è così importante? Che parlottino pure, se vogliono. Poi, però, il primo che lo fa davvero è fulminato dallo sguardo: non penserai di farmela davvero, con il trucchetto dell'alzo la testa per cercare l'ispirazione? del mi sposto a lato solo per stirarmi un pochino? Io me li ricordo, questi trucchi. Come se fosse ieri: era ieri. E anche se oggi non ho sgridato nessuno, per due ore ho fissato - annoiato, assonnato - gli studenti senza perderli di vista. Si nasce incendiari e si muore pompieri. O si passa dall'altro lato della cattedra.

Dettagli, sapori

Solo a Parigi, credo, può capitare di uscire di casa la mattina e vedere il furgoncino del Maître Escargotier parcheggiato davanti ad un ristorante, con tanto di fattorino che consegna il secchiello di lumache fresche fresche...

domenica 17 gennaio 2010

Perché?

Perché? Perché un nuovo blog, che bisogno c'era che tanto nessuno ti legge e tutto va avanti talmente in fretta e talmente uguale che la gente non ha tempo e nemmeno tu ce l'hai, o fingi di non averlo. Perché?
Ecco appunto, perché fingo di non avere tempo, quando non è così. E perché penso che tutto sia uguale, quando non è così. E allora, ma sì mettiamola pure in questo modo: è un proposito per il nuovo anno. Tutti saranno più contenti, annuiranno soddisfatti.
Non ho foto, non ho statue, né quadri, non fisso il mondo su di un video. Ma ho l'impressione che in questi ultimi tempi tutto stia sfuggendo, e che il mio rapporto con l'esterno si riduca sempre più. Come la noia di Moravia. E allora mi riprometto, mi costringo a fissare su questo blog, a intervalli regolari, un oggetto un immagine un pensiero un appunto un gesto un evento una persona. Che altrimenti sfuggirebbe via, facendomi pensare che tutto è sempre uguale.